Lo stile raffinato di Janicke Askevold tocca le corde emotive
attraverso una storia ricca di sfumature.
Il film indaga a fondo la rilevanza emotiva della monogenitorialità femminile, attraverso una sceneggiatura intensa che intreccia dilemmi etici,
conflitti interiori e momenti di intima umanità.
Un nuovo gioiello del cinema scandinavo diretto da Janicke Askevold,
con Lisa Loven Kongsli (Forza Maggiore, Wonder Woman)
e Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo).
Vincitore a Locarno del Premio della Giuria Ecumenica,
il film racconta le dinamiche dei sentimenti e le nuove forme di famiglia
con lo sguardo libero e anticonformista tipico del cinema nordico.
LA TRAMA : Edith è una giornalista curiosa e la madre single di un bambino avuto con l’inseminazione artificiale. Quando per caso scopre il nome del suo donatore, padre biologico del figlio, decide di incontrarlo col pretesto di un'intervista e senza rivelargli la propria identità. Nel tempo, però, il rapporto tra i due si fa sempre più intimo, mentre Edith si ritrova costretta a inventare una bugia dopo l’altra...
LA RENCENSIONE : Il film indaga la dimensione intima e universale della monogenitorialità. Solomamma è un’opera capace di toccare corde profonde, esplorando il ruolo della maternità nella società contemporanea, le questioni bioetiche legate alla nascita di un figlio e il sottile confine tra amore, desiderio e responsabilità verso le persone più importanti della propria esistenza.
Il film si interroga su quanto sia sostenibile crescere un figlio da soli, sull’etica del nascondere verità personali e sul delicato equilibrio tra il desiderio di conoscere l’altro e la necessità di proteggere sé stessi. In Solomamma la maternità non è solo un evento biologico o un ruolo sociale, ma un vero e proprio labirinto emotivo e morale, in cui ogni decisione ha un peso.
La trama prende una svolta inattesa quando Edith scopre casualmente l’identità del donatore, Niels (interpretato da Herbert Nordrum), che di professione si occupa di sviluppare videogiochi. Decisa a conoscerlo, lo contatta con la scusa di un’intervista professionale, senza rivelargli il legame biologico con suo figlio. Tra i due nasce un rapporto ambiguo, carico di tensioni emotive, che portano i due protagonisti a interrogarsi sul dilemma etico legato alla genitorialità.
Con uno sguardo realistico e privo di cliché, Janicke Askevold esplora la complessità psicologica della maternità solitaria. La regia ha una cifra stilistica leggera ma consapevole, sostenuta da una fotografia essenziale e da un montaggio in grado di evidenziare i punti di svolta narrativi, capaci di accompagnare il crescendo emotivo. Il topos principale affrontato nel film non è solo narrativo, ma personale: la regista è lei stessa una madre single, la quale ha intrapreso questo percorso con l’aiuto di un donatore. Solomamma diventa così un’opera necessaria per riflettere sui costi emotivi e morali delle scelte famigliari.
La regista alterna momenti di leggerezza a scene di intensa commozione, restituendo una visione autentica della monogenitorialità. Spesso questa scelta nasce dall’assenza di un piano B e dal desiderio di abbattere il mito della mamma considerata un’eroina poiché sola in questo percorso di vita. Edith, infatti, si infastidisce quando viene lodata per il suo coraggio, spiegando che non si tratta di un atto eroico, ma di una scelta consapevole, radicata nella volontà profonda di dare amore.
La vera battaglia di Edith è interiore: dopo aver conosciuto il donatore e aver instaurato con lui un legame, deve decidere se coinvolgerlo nella propria vita o mantenere una distanza protettiva. Parallelamente, affronta la difficile relazione con la madre, che da solida fonte di sostegno man mano si rivela un peso emotivo, mostrando i primi segni di demenza senile.
Questa condizione, come la regista ha sottolineato durante le giornate del Festival, rispecchia la realtà di molte donne, chiamate a bilanciare la cura dei figli e l’assistenza ai genitori anziani.
Solomamma non è solo un ritratto personale, ma un’opera capace di aprire un dialogo universale su temi rappresentati nel cinema contemporaneo, in maniera a volte superficiale, restituendo solo sentenze, senza indagare la fonte di certe motivazioni. Janicke Askevold firma un film che, con delicatezza, invita il pubblico a riflettere sul significato profondo di famiglia, sull’autodeterminazione e sulle sfide emotive della genitorialità in solitaria. Un’opera intensa nella sua attualità, in grado di trasmettere una forte risonanza emotiva. (di Francesca Pascale - TaxiDrivers)
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