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LA
TRAMA : Osaka - La vita della giovane Yumiko è segnata
da due laceranti avvenimenti. Il primo ebbe luogo
durante l'infanzia, quando la sua adorata nonna decise
di abbandonare tutta la famiglia per tornare a morire da
sola nella sua terra natia. Il secondo è la morte
misteriosa di suo marito Ikuo, suicidatosi lanciandosi
sotto un treno in corsa. Yumiko, rimasta vedova
giovanissima e con un figlio da crescere, decide di
risposarsi con Tamio, anche lui vedovo e con una figlia
e si trasferisce presso l'abitazione del suo nuovo
marito in un remoto angolo costiero della Penisola di
Noto. Passa
il tempo, la vita di Yumiko sembra trascorrere
tranquilla con la sua nuova famiglia e la piacevole
compagnia della comunità del posto. Ma questa felicità è
solo apparente, in quanto nella giovane donna è ancora
presente un vuoto incolmabile, legato al doloroso
ricordo del primo marito, mai dimenticato. Gli atroci
dubbi sulla sua misteriosa morte torneranno
prepotentemente a galla a tormentare Yumiko.
LA
RENCENSIONE : Se qualcuno mi chiedesse perché
Maboroshi no Hikari / Illusion (1995)
è il mio film preferito mi troverei in serie difficoltà,
e probabilmente la risposta sfumerebbe in un cupo
mutismo. Eppure per me non sarebbe molto complicato
riuscire a spiccicare qualche parola sui film che più mi
hanno colpito nel corso degli anni: che siano di Lynch,
Bergman, Von Trier, Coppola, Kubrick, Tarantino, oppure
(spostandoci in oriente) Ozu, Kobayashi, Kurosawa,
Mizoguchi, Oshima, Teshigahara, Wong Kar-Wai, Lee
Chang-Dong, Kim Ki-Duk e via dicendo. Persino lo stesso
Koreeda ha realizzato altre pellicole meravigliose dopo
aver debuttato con questa (cito Wandafuru Raifu,
Aruitemo Aruitemo e Daremo Shiranai, o
anche il più recente e solare Kiseki), ma in
nessun caso ne sono uscito col cuore così a pezzi, e con
la stessa sensazione di vuoto protratta per giorni.
Il fatto è che in Maboroshi non succede quasi nulla,
proprio come nei capolavori del maestro Ozu (chiara
ispirazione per Koreeda); ma se almeno in Ozu potevamo
affidarci alla loquacità e ai chiacchiericci dei
personaggi, qui dovremo fare a meno anche delle parole
per via dei dialoghi poco presenti, non per questo
trascurabili. I pochi momenti salienti della trama ci
vengono mostrati, se non solamente trasmessi, con quello
che definirei un "distacco magnetico",
un approccio non molto diverso da quello di Tsai
Ming-Liang, sebbene non agli stessi livelli di autismo:
Koreeda rappresenta distanze e incomprensioni sul piano
individuale, per Tsai l'umanità intera è alienata, ma
entrambi dipingono la realtà esterna con un'immobilità a
dir poco affascinante. Anzi, per chi è in grado di respirare a pieni polmoni
l'atmosfera di questo film (e ci vogliono dei polmoni
ben allenati!), è pure possibile percepire una pacatezza
di fondo, una poesia silenziosa ma immanente, quasi
epifanica, in ogni spazio e in ogni oggetto: dalla luce
intermittente di un passaggio livello a una stanza
vuota, da una corsa in bicicletta a uno sguardo perso
nel vuoto, dal fragore delle onde al semplice suono di
un campanellino. La vicenda si sviluppa
seguendo un filo emotivo, pregna di simbolismo e
tensione verso un "qualcosa" che solo raramente emerge
in superficie definendo le svolte (se così possiamo
chiamarle) principali, e che per tutto il tempo, senza
un motivo particolare, lascia un gran magone. Dicevo, l'esile trama può essere riassunta in poche
righe: Yumiko, a seguito dell'inspiegabile suicidio del
marito, si risposa col vedovo Tamio e si trasferisce col
figlio piccolo in un villaggio costiero di Ishikawa. Il
matrimonio combinato però, dopo un primo periodo di
calma apparente, subisce una frattura: il ricordo del
defunto Ikuo continua a tormentare la protagonista, che
non riesce proprio a venirne a capo. Recuperando lo struggimento "al femminile" di Mizoguchi,
la sobrietà imperturbabile di Ozu e anche un poco della
proverbiale lentezza tarkovskiana, Koreeda dà vita a un
dramma impalpabile, umbratile, squisitamente intimo nei
contenuti quanto essenziale nella forma e nelle
ambientazioni. Se il cinema è arte di
scolpire il tempo, questo è un monumento piallato con
rigore eccezionale: le memorie e i sogni ancora vividi e
radicati, il presente che sfugge senza più una ragione,
il futuro incerto ma accettato con rassegnazione in un
finale dalla delicatezza insostenibile; è alla luce di
tutto ciò che Maboroshi si definisce non più solo come
un film sull'incomunicabilità e sul mistero della morte. Dal punto di vista "tecnico" non c'è molto da dire. Le
inquadrature sono perfettamente naturali, fisse,
essenziali e contemplative (Ozu docet, ancora); l'occhio
di Koreeda si fa spesso distante quasi come quello di un
falco, ma non gli sfugge nulla. Suggestivi gli scorci
dei quartieri di periferia, così come quelli
meravigliosi del villaggio e del mare, che si fa
specchio del tumulto interiore di Yumiko. La fotografia
può lasciare interdetti inizialmente, ma la scarsa
illuminazione contribuisce a dare quel tocco di maggior
realismo e al contempo di indefinitezza, sempre in
sintonia col mood generale. Gli attori non si
scompongono, la recitazione è volutamente contenuta. Il
ritmo latita in particolar modo nella parte centrale
della storia, che per molti rischia di collassare nella
noia; questo perché, nel bene o nel male, è un film che
si prende il suo tempo per lasciar traspirare ogni
emozione. Menzione speciale va alle musiche: sporadiche
ma perfettamente collocate, delicate ma devastanti. Sebbene la narrazione proceda senza sussulti e colpi di
scena, non sono poche le immagini che mi sono subito
rimaste impresse. L'ultimo, fugace incontro tra Yumiko e
Ikuo, allontanati dall'eco di un campanellino; la
partenza di Yumiko; il ricordo/sogno della nonna,
scappata di casa senza un motivo quando la protagonista
era bambina; la fabbrica deserta; il finale che
sopraggiunge in sordina; ma quella della processione
funebre e del conseguente crollo emotivo di Yumiko (e
anche mio) è sicuramente la più straziante, e più bella,
che abbia mai visto: come palesare
l'incomunicabile, come sbriciolare il cuore in due
minuti con un'inquadratura fissa sul mare.
Non ci sono parole. Come forse si sarà capito,
Maboroshi non è
per tutti i palati. Richiede calma, pazienza
e qualche visione in più per cogliere dettagli magari
prima trascurati. È il tipico film che si svela a
visione ultimata, insinuandosi nello spirito soltanto
nelle ore/giorni/settimane seguenti. È vero che siamo
abituati a ben altri ritmi, alle percezioni immediate,
alle conclusioni sicure o affrettate. Ma ogni tanto vale
la pena fermarsi un attimo e prendersi il tempo di
lasciar correre i pensieri senza una meta precisa,
proprio come Yumiko. Ecco, se qualcuno mi chiedesse perché questo è il mio
film preferito mi troverei in serie difficoltà, e
probabilmente la risposta sfumerebbe in un cupo mutismo.
Oppure potrei fargli una recensione lunga, barbosa e
dispersiva... Ma non riuscirei comunque a rendere la più
vaga idea di quanto sia legato a questo capolavoro.
(da DeBaser) |