Jensen torna con un commedia nera, grottesca, divertente e con delle cose da dire.
Jensen prosegue a raccontare il dramma con feroce umorismo, incrementando qualità e complessità della narrazione
Mads Mikkelsen brilla nel nuovo film di Anders Thomas Jensen. Due fratelli, i fantasmi del passato, una refurtiva da ritrovare: una commedia dark inaspettata, che ragiona sull’immagine che gli altri hanno di noi.
LA TRAMA : Dopo quindici anni di carcere per una rapina finita male, Anker torna in libertà con un solo obiettivo: ritrovare il bottino nascosto. Peccato che l’unico a sapere dove si trovi sia suo fratello Manfred, che nel frattempo ha sviluppato un disturbo mentale… è convinto di essere John Lennon! Per recuperare il tesoro e il rapporto con il fratello, segnato da una terribile cicatrice cha affonda le radici nel passato, Anker si lancia in un’impresa folle: ricreare i Beatles e riportare Manfred alla realtà, un brano alla volta.
LA RENCENSIONE : Dietro la macchina da presa si cambia, si cresce, si trova la propria strada. Il percorso del regista svedese Anders Thomas Jensen è ricco di sorprese. Ha iniziato scrivendo tre film Dogma, ha alimentato una fortunata collaborazione con Susanne Bier, e si è orientato verso le commedie sferzanti. Specialista del cortometraggio (candidato tre volte all’Oscar, con una vittoria per Valgaften), conosce i tempi comici e sa come puntare il dito contro gli eccessi della nostra società. Nel lungometraggio si è misurato anche con rivisitazioni bibliche come Le mele di Adamo, in cui rimaneggiava il Libro di Giobbe. È un talento originale, spesso controcorrente.
E' tornato al Festival di Venezia con il sodale Mads Mikkelsen, fuori concorso, con The Last Viking. La sua è una caccia al tesoro che sfocia nella dark comedy, è come se Rain Man prendesse strade inaspettate, invece di concentrarsi sull’on the road canonico, del corpo e dell’anima. L’incipit è simile, i protagonisti sono due fratelli. Dopo una rapina, uno finisce in prigione per quindici anni, l’altro seppellisce il malloppo. Stacco. Finalmente si esce dal carcere. Ma il personaggio interpretato da Mikkelsen ha un disturbo mentale, e non vuole collaborare. Dove saranno i soldi? La vicenda sviluppa risvolti sorprendenti. La regola vorrebbe che il viaggio fosse alla scoperta di sé stessi, ma qui il focus è diverso, senza comunque snaturare il genere.
Lo sguardo è esterno: quale immagine hanno gli altri di noi? E soprattutto quanto influiscono i giudizi che riceviamo sulla nostra personalità? Jensen risponde con una favola nera dalle sfumature pirotecniche. Mikkelsen risulta irresistibile e la strana coppia funziona. La sfida è ribaltare gli stereotipi, partendo già dal titolo. La traduzione italiana è L’ultimo vichingo. Il film viene dal Nord Europa, il richiamo è a un’epopea piena di guerrieri e battaglie.
Poi invece il punto di vista cambia: ci si sofferma sulle persone comuni, sulle difficoltà quotidiane. I toni leggeri cedono il posto alle battute al vetriolo, ma anche ai tormenti personali, alle tempeste che distruggono o fortificano gli affetti. La casa dove i due sono cresciuti diventa teatro dell’impossibile. Ad alternarsi sono ricordi oscuri, violenza, e un’inaspettata reunion forse dei Beatles.
The Last Viking si immerge anche nell’animazione, emoziona, non fa la morale, e invita ad ampliare gli orizzonti. Si schiera contro l’individualismo imperante, e abbraccia chi si sente ai margini, concedendo una seconda possibilità. Standing ovation alla proiezione stampa al Festival di Venezia.
(di Gian Luca Pisacane - da Cinematografo)
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Da piccolo Manfred pensava di essere un vichingo (con scorno e rabbia del padre che si disperava del fatto che fosse lo zimbello della scuola). Da grande Manfred ha messo da parte la mania per i vichingi, ma non le stranezze. Quando suo fratello Anker esce di prigione dopo aver scontato 15 anni per rapina a mano armata, Manfred si fa chiamare John (dove John sta per John Lennon), si appropria dei cani altrui e reagisce male se qualcuno usa il suo vecchio nome o lo sgrida.
Manfred è uno di quelli di cui un tempo avremmo detto che "manca una rotella", ma fin dal prologo animato (ripreso poi nel finale), Anders Thomas Jensen ci dice che in fondo a tutti manca qualcosa, e che tutti, attraverso una sorta di estremo e sanguinario socialismo esistenziale e psicologico, dovremmo essere e in fondo siamo unici, sbilanciati, mancanti quanto quelli che consideriamo i membri più deboli e strampalati della nostra società.
Il punto di Mio fratello è un vichingo sta tutto lì, e la faccenda di Anker che deve convincere questo fratello un po' fuori di testa a ricordarsi dove ha seppellito il bottino della sua rapina è il più classico dei MacGuffin cinematografici. Un po' perché questo li porterà nella casa della loro infanzia, e prima dei soldi verranno disseppelliti diversi ricordi traumatici, come in ogni psicoterapia che si rispetti. Un po' perché il punto vero della questione è raccontare, attraverso una galleria di personaggi strampalati, che in termini di sanità mentale, se così si può chiamare, stiamo tutti messi malissimo. Non sta bene Anker, con i suoi scatti d'ira e violenza, non sta bene la donna assolutamente nella norma convinta di essere bellissima, non sta bene suo marito che si autocertifica designer di abiti senza mai aver realizzato nulla, non stanno bene i pazienti affetti da dissociazione della personalità convinti di essere Paul McCartney, Ringo Starr o medici psichiatri.
Il punto, per tornare a quanto si diceva prima, è che se stiamo tutti male, forse in fondo non sta male nessuno, e continuare a inseguire l'utopia di una "norma normale" non è che ci faccia tanto bene.
Tanti bei discorsi, per carità, ma che sarebbero rimasti sulla carta e financo un po' indigesti se Anders Thomas Jensen non avesse fatto, da sceneggiatore e regista, quello che sa fare molto bene: non solo mettere in piedi un cast notevolissimo (lo ricordo anche qui: gli attori scandinavi sono secondi in Europa solo agli inglesi), ma soprattutto raccontare una storia miscelando con la precisione e l'eleganza dei migliori barman il grottesco, la commedia nera, il dramma familiare e psicologico, perfino il noir.
Il gusto che domina, comunque, è sempre quello della commedia, con momenti che sono francamente irresistibili e figli tanto della scrittura di Jensen quanto della performance di Mads Mikkelsen, che non solo è credibilissimo nei panni complessi e vulnerabili di Manfred, ma che è straordinario e keatoniano (nel senso di Buster) in momenti di irresistibile umorismo slapstick, nel suo naturalissimo, plastico e impassibile inclinarsi al di fuori di finestre o sportelli di auto in movimento fino a cadere rovinostamente in quei momenti in cui il fratello lo chiama Manfred e non John.
Parlando di attori, vanno poi citati, oltre al co-protagonista Nikolaj Lie Kaas, anche la divertentissima Sofie Gråbøl e Nicolas Bro nei panni dello spietato gangster Flemming, patito di bricolage e sulle tracce dei soldi, che innesta nel film una violenza surreale, ma brutale e sanguinosa, che non è mai gratuita ma in qualche modo è parte fondamentale dell'equilibrio messo in piedi da Jensen: i corpi, nel film del danese, vengono martoriati quanto lo sono (state) le psiche, e la strada per la serenità - tra una rilettura demenziale degli Abba o dei Beatles, senz'ascia, senza angoscia, ma con l'elmetto con le corna in testa - passa per l'accettazione della propria identità, fisica e mentale.
(di Federico Gironi - da ComingSoon)
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