La polarizzazione tra polizia e società civile in un film che mantiene la purezza narrativa rifiutando ogni faziosità
La morale, la morale corrotta e poi la frattura tra Stato e cittadino. Dominik Moll porta in scena una storia di marcata rilevanza socio-politica, soffermandosi sul concetto di verità e di abuso
LA TRAMA : Il Caso 137, il film diretto da Dominik Moll, ruota attorno a ciò che sembra, all'apparenza, solo uno dei tanti fascicoli sulla scrivania di Stéphanie (Léa Drucker), investigatrice esperta dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), l’organismo incaricato di vigilare sulla condotta della polizia francese.
Durante una manifestazione sfociata in violenza, un giovane rimane gravemente ferito da una palla esplosiva, e spetta proprio a Stéphanie ricostruire i fatti e identificare eventuali responsabili tra le forze dell’ordine. Ma ciò che inizialmente appare come un’indagine di routine prende presto una piega inattesa. Un dettaglio, che inizialmente sembra senza importanza, la colpisce profondamente scuotendo le sue certezze e trasformando il Caso 137 in qualcosa di personale.
Da semplice numero su un fascicolo, si trasforma in una questione che mette in discussione non solo il suo ruolo, ma anche la sua visione della giustizia.
LA RENCENSIONE : Dicembre 2018: la protesta dei gilet gialli sta infiammando la Francia. Nel corso di una grande manifestazione a Parigi, un ragazzo viene colpito al capo da un proiettile di gomma che gli frattura il cranio e gli provoca gravi lesioni permanenti. A indagare sull’accaduto c’è Stéphanie, investigatrice degli affari interni della polizia francese, che si ritrova di fronte un caso che forse non è più complesso del previsto, ma che Dominik Moll, partendo da fatti realmente accaduti, tratta in maniera esemplare per raccontare la complessità politica e morale della realtà contemporanea, e quella tendenza alla semplificazione che è la reazione più comune alla complessità stessa.
La storia raccontata in Dossier 137, infatti, non riguarda solo l’indagine del personaggio di Léa Drucker, impeccabile in ogni sfumatura. Quello di Moll non è (solo) un film di denuncia sugli abusi della polizia, quelli che spesso solo al centro di polemiche che affollano la nostra cronaca e che portano alla sacrosanta richiesta di codici identificativi. Certo, il figlio di Stéphanie chiede alla madre perché tutti odino la polizia, il perché dell’acronimo ACAB, e lei non è del tutto in grado di darle una risposta: ma Moll non è mai partigiano o manicheo, in questo film, pur senza mai dimenticare che di fronte a certi gesti, come quello di sparare a un ragazzo che non aveva compiuto nessun atto di violenza o di provocazione, esistono dei torti e delle ragioni indiscutibili.
In questo che nella sua essenza superficiale è un thriller giudiziario gestito impeccabilmente nei tempi e nei modi, con una precisione di immagini e parole davvero esemplare, la questione è appunto più complessa.
Stéphanie è poliziotta, il suo
ex anche, e però è una poliziotta che indaga sui poliziotti. In più, il ragazzo
che è rimasto vittima del proiettile di gomma sparato non si sa da chi e non si
sa perché, viene dalla sua stessa cittadina natale, nella provincia fuori da
Parigi e dalle sue banlieue. Viene addirittura fuori che la madre del ragazzo e
la madre di Stéphanie si conoscono. E però, ancora una volta,
Dossier 137, che non è solo un film sull’indagine di Stéphanie, non
è nemmeno solo un film sui suoi possibili bias, che pure sono al centro di un
bel monologo della Drucker sul finire del film, quando a Stéphanie sollevano
questioni sulla tenuta deontologica del suo operato.
In un film che mostra come le curve da stadio dell’opinionismo del
presente siano fallimentari in maniera deprimente (giacché non tutti
i cops sono bastards, e non tutti i gilet gialli sono
casseur anarchici che vogliono dichiarare guerra allo stato, giusto per
fare due facili esempi), la Stéphanie di Léa Drukner si ritrova stretta tra
fronti contrapposti e costretta a fare i conti con le varie soglie
della sua identità, del suo agire morale, della sua stessa idea del mondo.
Un mondo che, ancora, è complicato e pieno di sfumature, e se da un lato esiste
e deve esistere una divisione chiara tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato,
dall’altro non bastano tutte le immagini del mondo, i filmati delle telecamere
di sorveglianza o dei telefonini, o tutte le parole dei mille verbali e
documenti che affollano film, per definirlo in maniera nitida.
La tentazione - e la mossa di sceneggiatura di Moll in questo senso è semplice e
geniale assieme - sarebbe quella di annegare la propria attenzione nei reel coi
gattini, e mandare a ramengo mondo e ragionamenti. Stéphanie rimane invece
un essere umano pensante e disposta a fare i conti con le sfumature
delle cose, a ragionare in maniera analogica e non binaria. A
fare i conti con i suoi limiti, perfino. Non è mica poco.
(di Federico Gironi - da ComingSoon)
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