Stéphanie è poliziotta, il suo ex anche, e però è una poliziotta che indaga sui poliziotti. In più, il ragazzo che è rimasto vittima del proiettile di gomma sparato non si sa da chi e non si sa perché, viene dalla sua stessa cittadina natale, nella provincia fuori da Parigi e dalle sue banlieue. Viene addirittura fuori che la madre del ragazzo e la madre di Stéphanie si conoscono. E però, ancora una volta, Dossier 137, che non è solo un film sull’indagine di Stéphanie, non è nemmeno solo un film sui suoi possibili bias, che pure sono al centro di un bel monologo della Drucker sul finire del film, quando a Stéphanie sollevano questioni sulla tenuta deontologica del suo operato.
In un film che mostra come
le curve da stadio dell’opinionismo del presente siano fallimentari in maniera deprimente (giacché non tutti i cops sono bastards, e non tutti i gilet gialli sono casseur anarchici che vogliono dichiarare guerra allo stato, giusto per fare due facili esempi), la Stéphanie di Léa Drukner si ritrova stretta tra fronti contrapposti e costretta a fare i conti con le varie soglie della sua identità, del suo agire morale, della sua stessa idea del mondo. Un mondo che, ancora, è complicato e pieno di sfumature, e se da un lato esiste e deve esistere una divisione chiara tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, dall’altro non bastano tutte le immagini del mondo, i filmati delle telecamere di sorveglianza o dei telefonini, o tutte le parole dei mille verbali e documenti che affollano film, per definirlo in maniera nitida.
La tentazione - e la mossa di sceneggiatura di Moll in questo senso è semplice e geniale assieme - sarebbe quella di annegare la propria attenzione nei reel coi gattini, e mandare a ramengo mondo e ragionamenti. Stéphanie rimane invece
un essere umano pensante e disposta a fare i conti con le sfumature delle cose, a ragionare in maniera analogica e non binaria. A fare i conti con i suoi limiti, perfino. Non è mica poco.  (di Federico Gironi - da ComingSoon)