'IL CINEMA RITROVATO'
LUN
EDI 2 NOVEMBRE ore 21,00
In Originale Sottotitolato in Italiano





 


 

Un film di KEN RUSSEL

Gran Bretagna (1971) - Grottesco/Storico - 114'
Vietato ai minori di 18 anni


 


 

Trasfigura la deturpazione dei precetti cristiani in un’inarrivabile parabola morale sulla strumentalizzazione politica della religione. Un’opera ancora urgente, che le censure hanno solo reso eterna.

Nel 1971 Ken Russell firmava uno dei film più controversi del decennio, I diavoli, con Vanessa Redgrave e Oliver Reed: una torbida storia di orge, stregoneria e massacri.

LA TRAMA : Nel 1631, sotto il regno di Luigi XIII, il cardinale Richelieu, deciso a fiaccare definitivamente le velleità autonomistiche delle città di provincia, ordina la demolizione delle mura di alcuni centri. A Laudun il barone De Laubardemont, mentre presiede all'esecuzione dello ordine, trova un oppositore in Urbain Grandier, parroco di San Pietro, un sacerdote che pur manifestando una sincera religiosità conduce una licenziosa vita privata. Costui, abbandonata, incinta, Philippe Trincant, figlia di un magistrato, suscita in seguito enorme scandalo celebrando il proprio matrimonio con la giovane Madeleine De Brou. La fama di Grandier richiama l'interesse di suor Jeanne Des Anges, deforme e frustrata superiora delle Orsoline, la quale, allo scopo di stabilire con lui un concreto rapporto, gli offre il posto di direttore spirituale del proprio convento di clausura. Ottenuto un cortese rifiuto, la madre superiora passa ad uno stato di isterico furore che in breve trasmette anche alle consorelle. Il canonico Mignon, zio di Philippe, avuto sentore delle strane perversioni delle Orsoline, d'accordo con alcuni influenti personaggi ostili al parroco di San Pietro, attribuisce il fenomeno ad ossessione diabolica e ne incolpa Grandier, affidando le invasate suore agli esorcismi del fanatico Padre Barrè. Le orgiastiche e pubbliche pratiche esorcistiche, manipolate con cura e malignità, consentono a De Laubardemont di incarcerare e processare come stregone l'odiato parroco. Nel corso del processo, annientata prontamente ogni velleità di resipiscenza, suor Jeanne e le consorelle danno dimostrazione di sfrenata satanicità accusando Grandier, che viene sadicamente torturato e condannato al rogo. Pentito per la sua vita scandalosa, il parroco di San Pietro accetta i tormenti come espiazione dei suoi peccati e muore il 18 agosto 1634, rifiutando pero' stoicamente sino all'ultimo di confessarsi reo di colpe non commesse.

LA RENCENSIONE :  A lungo l’eredità (culturale, storica e poi cinematografica) de I diavoli è stata inestricabilmente intrecciata alla sequela di censure e sabotaggi a cui la magnum opus di Ken Russell è dovuta sottostare a causa della sua scabrosità: o meglio, in ragione della spietatezza e dell’assenza di filtri con cui ha sin da subito scardinato i precetti ultraconservatori dell’Inghilterra degli anni Settanta, demistificandone con rabbia – e con un trasporto senza pari – le ipocrisie più bigotte e culturalmente anacronistiche. Ma la “sacralità” che l’opera ha acquisito nel tempo, sia per gli appassionati dell’horror che per i puristi della filologia filmica, non è da ricondurre “solo” alle controversie che hanno gravitato attorno a The Devils per decadi intere: perché dietro la manomissione di cui il film è stato oggetto si nasconde una parabola morale (e quindi priva di qualsivoglia indecenza) che appare, oggi come allora, tanto urgente quanto inesorabile. A cui le censure hanno semplicemente dato un contesto storico-artistico in cui mostrare tutta la propria esplosività, senza soffocare lo spessore e l’impellenza delle sue riflessioni. Ed è in tal senso che la visione originaria e definitiva del racconto, portata ora alla luce con il restauro 4K realizzato dalla Warner Bros. in collaborazione con il BFI, risulta così simultaneamente moderna e atemporale: guidata da un senso di urgenza tale da traghettare le sue perturbanti e “scandalose” immagini verso l’eternità cinematografica.
A sorprendere, a distanza di 55 anni, è perciò l’attualità di un film che già nel 1971 appariva estremamente moderno, seppur ambientato nel XVII Secolo. Il racconto infatti prende piede nella Francia del Grand Siècle, in una cittadina di nome Loudun che nel 1634 si trova al crocevia di un cambiamento epocale, avvolta com’è tra le mire assolutiste di Luigi XIII (esacerbate dalle ambizioni politiche dell’influente Cardinale Richelieu) e il tramonto di un mondo in totale via di estinzione, esemplificato dall’epidemia di peste che lo sta attanagliando. A difendere gli interessi della comunità dal collasso socio-culturale a cui sta andando incontro è Urbain Grandier (Oliver Reed), un prete militante schiavo dei suoi “peccati carnali”, che fatica a tenere fede alla sua missione ecclesiale in una realtà brutalmente dimenticata da Dio, nella cui preservazione risulta però necessario credere, se si desidera rigettare i disegni espansionistici che la Corona ha prefigurato per la cittadina. Il protagonista de I diavoli è perciò l’unico antidoto alle aspirazioni di controllo del Cardinale, che si servirà della religione (e quindi della sua strumentalizzazione politica) per mettere in moto una macchinazione popolare contro il prete: accusato – senza vere prove – di aver sedotto la vulnerabile Sorella Jeanne (Vanessa Redgrave) e di aver così introiettato nei cuori delle suore il demonio della lussuria e della perdizione.
Ciò che a lungo è stato etichettato come “pornografico, blasfemo, traviante” è, in tal senso, la chiave di volta della radicalità esemplare che le immagini del film conservano e continueranno a presentare nel tempo. E per comprenderne l’impatto, occorre soffermarsi proprio sulla sequenza che è stata storicamente oscurata dai censori inglesi, tanto da cadere nell’oblio almeno fino al 2002, anno in cui ne è stata inaspettatamente ritrovata la bobina, ora ripristinata all’interno della versione restaurata de I diavoli: stiamo parlando della cosiddetta “scena dello stupro di Cristo”, emblematica delle istanze, delle riflessioni e dell’urgenza di cui si innervano i discorsi che Ken Russell ha voluto veicolare lungo tutto il racconto.
Nel corso di questi due minuti, dove il linguaggio filmico sembra letteralmente collassare, il cineasta inglese mette – non a caso – in correlazione l’isteria collettiva che attraversa i corpi-in-deflagrazione delle suore del convento con la celebrazione del matrimonio di Grandier: come se la profanazione della statua del figlio di Dio (circondata da donne in preda al delirio sessuale) fungesse qui da contraltare naturale all’assunzione, da parte dei due sposi, della (non più sacra?) eucaristia. Quasi a dire che i precetti stessi del Cristianesimo, nel momento in cui vengono strumentalizzati a meri fini politici, non possono che entrare in dissoluzione, ed essere perciò attaccati. Ma questa deturpazione, per un cattolico praticante come Russell, si trasforma ne I diavoli non in una vituperabile invettiva blasfema, così com’era stata fin troppo a lungo descritta: al contrario. Prende la forma del più grande, potente e indefesso atto morale/civico che un credente (o anche una persona lontana dalla fede) può manifestare nei confronti di chi, potendo decidere del destino dei cittadini/subalterni, sceglie di manipolare la coscienza collettiva (oggi parleremmo di consenso popolare) in nome della propria bramosia di potere.
Ne I diavoli, allora, la dissacrazione della cristologia, sublimata anche dalle immagini oniriche in cui Oliver Reed assume fisicamente le sembianze di un Cristo glorificato dalla cupidigia che ingenera nei corpi delle sue seguaci, è il pretesto allegorico per stigmatizzare il pensiero reazionario dell’epoca, che le censure hanno poi paradossalmente reso ancora più radicale e urgente. Perché Russell, partendo dai discorsi proposti dall’omonima pièce teatrale di John Whiting – a sua volta ispirata al romanzo scritto sul medesimo tema da Aldous Huxley nel ’52 – ha semplicemente nascosto sotto le visioni di una regressione umana verso il primitivo quello spirito sociologico che solo l’horror, con le sue immagini catarticamente apocalittiche, può tradurre in un richiamo all’azione. Che proprio per la sua radicalità, può spaventare chi tiene in mano le fila delle narrazioni pubbliche, terrorizzato dalla perdita del consenso e dallo smarrimento che l’assenza di controllo può comportare per la preservazione dello status quo. E allora, a 55 anni di distanza, davanti al restauro di questa gloriosa opera viene spontaneo chiedersi una precisa domanda: chi sono i veri diavoli? Coloro che – accreditati come “indemoniati” – incitano a ridestarsi dalle ingiustizie, o chi si serve delle stesse per soggiogare gli altri alla propria ambizione? Una risposta Ken Russell ce l’aveva data già nel 1971, ribaltando le convenzioni e i falsi miti della religione attraverso la storia di un peccatore che ascende, quasi per caso, all’immagine di Santo.
(di Daniele d'Orsi - da SentieriSelvaggi)