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LA TRAMA :
Nel 1631, sotto il
regno di Luigi XIII, il cardinale Richelieu,
deciso a fiaccare definitivamente le velleità
autonomistiche delle città di provincia, ordina
la demolizione delle mura di alcuni centri. A
Laudun il barone De Laubardemont, mentre
presiede all'esecuzione dello ordine, trova un
oppositore in Urbain Grandier, parroco di San
Pietro, un sacerdote che pur manifestando una
sincera religiosità conduce una licenziosa vita
privata. Costui, abbandonata, incinta, Philippe
Trincant, figlia di un magistrato, suscita in
seguito enorme scandalo celebrando il proprio
matrimonio con la giovane Madeleine De Brou. La
fama di Grandier richiama l'interesse di suor
Jeanne Des Anges, deforme e frustrata superiora
delle Orsoline, la quale, allo scopo di
stabilire con lui un concreto rapporto, gli
offre il posto di direttore spirituale del
proprio convento di clausura. Ottenuto un
cortese rifiuto, la madre superiora passa ad uno
stato di isterico furore che in breve trasmette
anche alle consorelle. Il canonico Mignon, zio
di Philippe, avuto sentore delle strane
perversioni delle Orsoline, d'accordo con alcuni
influenti personaggi ostili al parroco di San
Pietro, attribuisce il fenomeno ad ossessione
diabolica e ne incolpa Grandier, affidando le
invasate suore agli esorcismi del fanatico Padre
Barrè. Le orgiastiche e pubbliche pratiche
esorcistiche, manipolate con cura e malignità,
consentono a De Laubardemont di incarcerare e
processare come stregone l'odiato parroco. Nel
corso del processo, annientata prontamente ogni
velleità di resipiscenza, suor Jeanne e le
consorelle danno dimostrazione di sfrenata
satanicità accusando Grandier, che viene
sadicamente torturato e condannato al rogo.
Pentito per la sua vita scandalosa, il parroco
di San Pietro accetta i tormenti come espiazione
dei suoi peccati e muore il 18 agosto 1634,
rifiutando pero' stoicamente sino all'ultimo di
confessarsi reo di colpe non commesse.
LA RENCENSIONE :
A lungo l’eredità
(culturale, storica e poi cinematografica) de
I diavoli è stata inestricabilmente
intrecciata alla sequela di censure e sabotaggi
a cui la magnum opus di
Ken Russell è dovuta sottostare a causa
della sua scabrosità: o meglio, in ragione della
spietatezza e dell’assenza di filtri con cui ha
sin da subito scardinato i precetti
ultraconservatori dell’Inghilterra degli anni
Settanta, demistificandone con rabbia – e con un
trasporto senza pari – le ipocrisie più bigotte
e culturalmente anacronistiche. Ma la
“sacralità” che l’opera ha acquisito nel tempo,
sia per gli appassionati dell’horror che per i
puristi della filologia filmica, non è da
ricondurre “solo” alle controversie che hanno
gravitato attorno a The Devils per
decadi intere: perché dietro la manomissione di
cui il film è stato oggetto si nasconde una
parabola morale (e quindi priva di qualsivoglia
indecenza) che appare, oggi come allora, tanto
urgente quanto inesorabile. A cui le censure
hanno semplicemente dato un contesto
storico-artistico in cui mostrare tutta la
propria esplosività, senza soffocare lo spessore
e l’impellenza delle sue riflessioni. Ed è in
tal senso che la visione originaria e definitiva
del racconto, portata ora alla luce con il
restauro 4K realizzato dalla Warner Bros. in
collaborazione con il BFI, risulta così
simultaneamente moderna e atemporale: guidata da
un senso di urgenza tale da traghettare le sue
perturbanti e “scandalose” immagini verso
l’eternità cinematografica.
A sorprendere, a distanza di 55 anni, è perciò
l’attualità di un film che già nel 1971 appariva
estremamente moderno, seppur ambientato nel XVII
Secolo. Il racconto infatti prende piede nella
Francia del Grand Siècle, in una cittadina di
nome Loudun che nel 1634 si trova al crocevia di
un cambiamento epocale, avvolta com’è tra le
mire assolutiste di Luigi XIII (esacerbate dalle
ambizioni politiche dell’influente Cardinale
Richelieu) e il tramonto di un mondo in totale
via di estinzione, esemplificato dall’epidemia
di peste che lo sta attanagliando. A difendere
gli interessi della comunità dal collasso
socio-culturale a cui sta andando incontro è
Urbain Grandier (Oliver Reed), un prete
militante schiavo dei suoi “peccati carnali”,
che fatica a tenere fede alla sua missione
ecclesiale in una realtà brutalmente dimenticata
da Dio, nella cui preservazione risulta però
necessario credere, se si desidera rigettare i
disegni espansionistici che la Corona ha
prefigurato per la cittadina. Il protagonista de
I diavoli è perciò l’unico antidoto
alle aspirazioni di controllo del Cardinale, che
si servirà della religione (e quindi della sua
strumentalizzazione politica) per mettere in
moto una macchinazione popolare contro il prete:
accusato – senza vere prove – di aver sedotto la
vulnerabile Sorella Jeanne (Vanessa Redgrave) e
di aver così introiettato nei cuori delle suore
il demonio della lussuria e della perdizione.
Ciò che a lungo è stato etichettato come “pornografico,
blasfemo, traviante” è, in tal senso, la
chiave di volta della radicalità esemplare che
le immagini del film conservano e continueranno
a presentare nel tempo. E per comprenderne
l’impatto, occorre soffermarsi proprio sulla
sequenza che è stata storicamente oscurata dai
censori inglesi, tanto da cadere nell’oblio
almeno fino al 2002, anno in cui ne è stata
inaspettatamente ritrovata la bobina, ora
ripristinata all’interno della versione
restaurata de I diavoli: stiamo
parlando della cosiddetta “scena dello stupro di
Cristo”, emblematica delle istanze, delle
riflessioni e dell’urgenza di cui si innervano i
discorsi che Ken Russell ha voluto veicolare
lungo tutto il racconto.
Nel corso di questi due minuti, dove il
linguaggio filmico sembra letteralmente
collassare, il cineasta inglese mette – non a
caso – in correlazione l’isteria collettiva che
attraversa i corpi-in-deflagrazione delle suore
del convento con la celebrazione del matrimonio
di Grandier: come se la profanazione della
statua del figlio di Dio (circondata da donne in
preda al delirio sessuale) fungesse qui da
contraltare naturale all’assunzione, da parte
dei due sposi, della (non più sacra?)
eucaristia. Quasi a dire che i precetti stessi
del Cristianesimo, nel momento in cui vengono
strumentalizzati a meri fini politici, non
possono che entrare in dissoluzione, ed essere
perciò attaccati. Ma questa deturpazione, per un
cattolico praticante come Russell, si trasforma
ne I diavoli non in una vituperabile
invettiva blasfema, così com’era stata fin
troppo a lungo descritta: al contrario. Prende
la forma del più grande, potente e indefesso
atto morale/civico che un credente (o anche una
persona lontana dalla fede) può manifestare nei
confronti di chi, potendo decidere del destino
dei cittadini/subalterni, sceglie di manipolare
la coscienza collettiva (oggi parleremmo di
consenso popolare) in nome della propria
bramosia di potere.
Ne I diavoli, allora, la dissacrazione
della cristologia, sublimata anche dalle
immagini oniriche in cui Oliver Reed assume
fisicamente le sembianze di un Cristo
glorificato dalla cupidigia che ingenera nei
corpi delle sue seguaci, è il pretesto
allegorico per stigmatizzare il pensiero
reazionario dell’epoca, che le censure hanno poi
paradossalmente reso ancora più radicale e
urgente. Perché Russell, partendo dai discorsi
proposti dall’omonima pièce teatrale di John
Whiting – a sua volta ispirata al romanzo
scritto sul medesimo tema da Aldous Huxley nel
’52 – ha semplicemente nascosto sotto le visioni
di una regressione umana verso il primitivo
quello spirito sociologico che solo l’horror,
con le sue immagini catarticamente
apocalittiche, può tradurre in un richiamo
all’azione. Che proprio per la sua radicalità,
può spaventare chi tiene in mano le fila delle
narrazioni pubbliche, terrorizzato dalla perdita
del consenso e dallo smarrimento che l’assenza
di controllo può comportare per la preservazione
dello status quo. E allora, a 55 anni di
distanza, davanti al restauro di questa gloriosa
opera viene spontaneo chiedersi una precisa
domanda: chi sono i veri diavoli? Coloro che –
accreditati come “indemoniati” – incitano a
ridestarsi dalle ingiustizie, o chi si serve
delle stesse per soggiogare gli altri alla
propria ambizione? Una risposta Ken Russell ce
l’aveva data già nel 1971, ribaltando le
convenzioni e i falsi miti della religione
attraverso la storia di un peccatore che
ascende, quasi per caso, all’immagine di Santo.
(di Daniele d'Orsi - da SentieriSelvaggi)
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