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Nel 1963, l'eccentrica, irresistibile e
generosa Esther (Leïla Bekhti) dà alla luce Roland. Il piccolo nasce
con un piede torto che gli impedisce di stare in piedi. Contro il
parere di tutti, Esther gli promette che camminerà come gli altri e
che avrà una vita favolosa. Da quel momento in poi, questa madre
inarrestabile non smetterà mai di fare tutto il possibile per
mantenere la sua promessa. Dal romanzo autobiografico di Roland
Perez, un ritratto divertente, tenero e travolgente di una donna
incredibilmente autentica e fuori dagli schemi. Nel cast di
altissimo livello Jonathan Cohen, Naïm Naji e Sylvie Vartan nel
ruolo di se stessa.
Il cinema ha
sempre trovato nelle figure materne un fertile terreno di
esplorazione emotiva e narrativa, ma poche pellicole osano
tratteggiare un ritratto tanto sfaccettato e travolgente come il
film C’era una volta mia madre.
Diretto con maestria da Ken Scott e tratto dall’omonimo romanzo
autobiografico di Roland Perez, il film C’era una
volta mia madre racconta la storia straordinaria di
Esther, una madre fuori dagli schemi, una donna che non conosce
limiti, capace di illuminare qualsiasi stanza con la sua sola
presenza. Tra commedia e dramma, il lungometraggio si snoda lungo
decenni, portando lo spettatore in un viaggio ricco di emozioni e
umanità.
Esther (interpretata da Leïla Bekhti) non è una madre qualunque. È
eccentrica, irresistibile, insopportabile, manipolatrice e
incredibilmente generosa. Un concentrato di opposti che la rendono
un personaggio incredibilmente autentico. Esther è la
personificazione di un’energia incontenibile: non ha paura di nulla,
osa tutto, infrange ogni regola con una naturalezza disarmante. Il
suo amore per i figli è sconfinato, ma mai convenzionale. Esther non
è solo una madre; è un vortice di passione per la vita,
un’esplosione di umanità che trasforma ogni sfida in una battaglia
epica. Come afferma Leïla Bekhti: “Le mamme sono dei
supereroi senza mantello. Una madre convinta è inarrestabile”.
Il suo rapporto con il figlio Roland, interpretato da Jonathan Cohen,
è il cuore pulsante del film C’era una volta mia
madre. Roland cresce sotto l’ombra ingombrante di
una madre che tutto vede, tutto decide, tutto ama. La loro relazione
è un costante tira e molla tra devozione e soffocamento, tra
indipendenza e bisogno. Il loro legame, per quanto burrascoso, si
nutre di un affetto innegabile che attraversa ogni fase della loro
vita.
Il film C’era
una volta mia madre è una commedia drammatica che
riesce a bilanciare magistralmente emozione e leggerezza. Tocca temi
profondi come il rapporto madre-figlio, la lotta contro le
avversità, il valore dell’amore incondizionato e il senso di
appartenenza familiare. Pur trattando argomenti delicati, tra cui il
tema della disabilità, la narrazione non diventa mai pesante grazie
all’esuberanza del personaggio di Esther e alla sensibilità con cui
il regista dosa i momenti comici e drammatici.
Ken Scott sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra dramma e
umorismo: “Amo raccontare storie drammatiche,
intensificare la tensione e poi usare la risata come valvola di
sfogo, come un’esplosione liberatoria”.
Le influenze cinematografiche di Scott sono evidenti
Come nelle commedie di Billy Wilder, l’umorismo diventa un’arma per
affrontare la tensione drammatica. Il film non cerca di strappare
lacrime facili, ma riesce a commuovere attraverso una storia
autentica e interpretazioni straordinarie.
Un
cast eccezionale per un film dal forte impatto emotivo. La
scelta del cast si rivela vincente. Leïla Bekhti
offre una performance straordinaria, riuscendo a incarnare Esther
dai 30 agli 85 anni con una naturalezza impressionante. La sua
interpretazione restituisce tutta la complessità del personaggio: la
forza, la vulnerabilità, l’amore smisurato per i figli. Il trucco e
le protesi aiutano a rendere credibile la sua trasformazione fisica,
ma è la sua capacità di trasmettere emozioni che rende il
personaggio memorabile.
Jonathan Cohen, noto principalmente per i suoi ruoli
comici, sorprende in un’interpretazione che bilancia perfettamente
serietà e ironia. Il suo Roland è un uomo segnato dall’infanzia, dal
rapporto simbiotico con la madre e dal desiderio di affermarsi come
individuo. Al suo fianco, Joséphine Japy nel ruolo di Litzie, Lionel
Dray in quello di Maklouf Perez e un ensemble di attori che offrono
una prova corale di altissimo livello. La presenza di
Sylvie Vartan nel ruolo di se stessa aggiunge un
ulteriore livello di profondità alla storia. Il legame tra la
cantante e Roland Perez è autentico, un filo conduttore che
attraversa la vita del protagonista. Vartan non è solo una leggenda
della musica, ma diventa un simbolo della resilienza e della forza
che permeano il film C’era una volta mia madre.
Un
inno all’amore materno e alla vita. C’era una
volta mia madre non è solo il racconto di una vita
straordinaria, ma un inno all’amore materno in tutte le sue
sfumature. Non è una storia di perfezione, ma di imperfezioni
meravigliose, di relazioni complicate, di errori e redenzioni.
Il film lascia il pubblico con un messaggio potente: la vita non è
facile, ma vale la pena viverla pienamente, con tutto il suo carico
di gioie e sofferenze. E soprattutto, invita a riflettere
sull’importanza dei legami familiari, sull’eredità emotiva che ogni
madre lascia ai propri figli.
Come afferma Jonathan Cohen: “Questo film è una
dichiarazione d’amore di un figlio a sua madre. Uscendo dalla sala,
spero che gli spettatori abbiano voglia di chiamare la loro”.
Ed è forse questo il più grande trionfo del film: ricordarci di
celebrare coloro che ci hanno donato la vita, nonostante tutte le
loro imperfezioni. (da FilmTv)
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