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LA TRAMA :
Orfana e forse anche
già prostituta, la giovane Abe Sada viene
assunta come servetta tuttofare in un
alberghetto di cui sono gestori Kichi-San e sua
moglie. In breve tempo Kichi-San, detto Kichi
cede agli amori ancillari e Sada, capovolgendo
il rapporto sociale, trascina la danza in un
abisso erotico sempre più profondo e
deterministico. Abituati ad amarsi al cospetto
di geishe o di altri occasionali "guardoni", i
due amanti-adulteri finiscono per nascondersi in
una casa compiacente, dalla quale Sada esce a
volte per offrirsi a un magistrato e ricavare il
denaro per tirare avanti. L'assuefazione al
piacere dei sensi induce consensualmente i due
alla ricerca di accorgimenti innaturali per
accentuare la voluttà. Fatale diviene la
scoperta del sadomasochismo e, in particolare,
la constatazione delle reazioni fisiologiche
dell'uomo con il cappio al collo. Sada chiede
sempre di più e Kichi la pungola sino al momento
in cui, avendo la donna stretto il cappio forte
e a lungo, l'uomo muore. Sada lo mutila e giace
accanto a lui.
LA RENCENSIONE :
Ecco
l’impero dei sensi, nell’immaginario
degli adolescenti nati negli anni Settanta, era
un film maledetto, pruriginoso, uno di quei
titoli che – pur ammantati da una coperta
d’autorialità spessa e ben ricamata –
solleticavano idee notturne; chi aveva una vhs
la conservava gelosamente, e non la condivideva
con nessuno, se non con il proprio immaginario
erotico. Un classico dell’erotismo, così è stato
venduto per decenni in occidente Ai
no korīda, “la corrida dell’amore”,
opera destinata fin dalla sua genesi (e il buon
Anatole Dauman con la sua Argos Film lo sapeva
bene) a creare un muro contro muro, che da
culturale si fa sociale, e poi direttamente
politico. A quaranta anni di distanza dalla sua
realizzazione Ecco l’impero dei
sensi è un film difficile da
accogliere, ancora senza bandiera, senza rete di
protezione se non quella messa a disposizione
dal microcosmo cinefilo: un oggetto scopico, da
vedere e da spiare, da guardare dal buco della
serratura anche quando Ōshima decide di rendere
esplicito il sesso che avviene in scena,
mostrando tanto la fellatio quanto la
masturbazione, fino alla penetrazione, e così
contravvenendo all’ipocrisia borghese del gioco
sempre in atto tra vedere e velare. Un gioco
sistemico. Un gioco completamente chiuso nella
propria bolla.
Non è mai stato invece chiuso in nessuna bolla
Nagisa Ōshima, che arriva a mettere in scena il
rapporto erotico/amoroso tra Abe Sada e il suo
capo e amante dopo poco meno di venti anni di
regie trascorsi portando a termine oltre
quaranta film, molti dei quali diretti nel
contro-sistema dell’Art Theatre Guild creato tra
gli altri da Shūji Terayama. Quella che in
occidente rischia di essere scambiata come una
concessione al mainstream (per via dello sguardo
disattento e privo di sfumature che viene di
solito posato sulle produzioni dell’estremo
oriente), e alla facile deriva della
pornografia, è in realtà l’ennesima ricognizione
di Ōshima sul tema del proibito e dell’osceno,
già affrontato in gran parte della sua carriera
precedente – da Sulle canzoni sconce
giapponesi a Il ritorno
degli ubriachi – e che trova in
Ecco l’impero dei sensi la
sua consacrazione definitiva, il punto di non
ritorno.
Fu lo stesso regista nipponico, a ridosso della
distribuzione del film, a intervenire nella
querelle che lo vedeva messo all’indice dalla
critica reazionaria per la scelta di aver
esplicitato in scena l’atto sessuale: «Il
concetto di “oscenità” viene testato nel momento
in cui ci concediamo di guardare qualcosa che
desideriamo vedere ma abbiamo proibito a noi
stessi di vedere. Quando sentiamo che ogni cosa
è rivelata, il concetto di “oscenità” scompare e
si prova una certa liberazione. Quando ciò che
si era deciso di vedere non viene
sufficientemente rivelato, comunque, il tabù
rimane così come il sentimento di “oscenità”,
che rischia anzi di diventare ancora più
ingombrante. I film pornografici sono un banco
di prova per il concetto di “oscenità”. Il
cinema pornografico dovrebbe essere autorizzato,
immediatamente e completamente. Solo in questo
modo si può svuotare di senso il concetto di
“oscenità”».
Mostrare in quel modo il rapporto erotico
ossessivo che si instaura tra Abe Sada e
Kichi-san non ha dunque alcuna pretesa di
solleticare gli sguardi lascivi dello
spettatore. Si tratta di una scelta politica
netta, con la materialità del corpo e delle sue
esigenze e necessità – le mestruazioni della
protagonista, la scatologia, e via discorrendo –
che reclama un posto di primo piano. In una
nazione in cui i genitali sono vietati, e
annullati in post-produzione con il celeberrimo
effetto fuori fuoco, piazzare in dettaglio le
nudità dei protagonisti è un atto di ribellione,
la rivendicazione di una lettura fuori norma
della società, una lettura non piegata sui
dettami della prassi e del buon senso. Per
comprendere appieno il ruolo di Ōshima basterà
fare un confronto diretto con
Abesada – L’abisso dei sensi, pinku
eiga diretto nel 1974 da Noboru Tanaka e
interessato a raccontare la stessa (vera)
storia. Tanaka dirige un prodotto erotico che
punta sullo scandalo per attirare spettatori in
sala, e risolve l’intera vicenda con un classico
del genere: la donna finisce con uccidere l’uomo
che ama alla follia per impedire che questi
possa decidere di tornare a vivere con la
moglie. L’eversione dalla norma è punita quando
la prassi torna a bussare alla porta. Nulla di
più lontano dalla visione di Ōshima, che invece
punta l’accento sull’accettazione da parte
dell’uomo del suo ruolo di godente/vittima: lo
strangolamento che lo porta alla morte è l’atto
estremo, la punta massima dell’orgasmo.
L’oggetto della disputa, una volta di più, non è
il sesso, ma ciò che si muove sotto e intorno
alla società e dunque, per estensione, anche al
sesso. Il 1936 in cui si svolge la trama del
film è anche l’anno del colpo di stato militare
tentato per moralizzare di nuovo la società
nipponica, e ricondurla sulla supposta retta
via. I militari appaiono anche in
Ecco l’impero dei sensi, ma è una
comparsata sarcastica, crudele, messa alla
berlina a distanza. Se il governo giapponese
fece di tutto per combattere l’uscita nelle sale
del film non è certo per la licenziosità delle
riprese, né per la già citata penetrazione.
L’atto di sverginamento non avviene in scena – e
dopotutto Abe Sada è donna già formata, forse
addirittura una ex prostituta – ma è quello che
raggiunge Ōshima nei confronti del pubblico, che
ha finalmente il diritto di guardare. Un popolo
costretto ad abbassare la testa e a trovare
immorale tutto ciò che esula dalla
prammatica quotidiana, e dal senso comune, si
trova schiaffato in faccia il più intimo degli
sberleffi, il tradimento della composizione
familiare da parte di due persone che per tutto
il corso del film non provano il benché minimo
senso di colpa. Qual è dopotutto la colpa? Voler
espandere fino alle estreme conseguenze il
proprio concetto di piacere o mandare al
massacro i propri figli e nipoti per conquistare
a forza di ulteriori bestialità le nazioni
vicine e assoggettarle al dominio imperiale? La
colpa è quella di avere il coraggio di mostrare
l’osceno in tutta la sua normalità o
quella invece di costruire un impero economico e
capitalista sulla proibizione del sesso, e la
sua fruizione negli angoli nascosti e bui della
società? Ecco l’impero dei sensi
è un atto politico rivoluzionario di liberazione
del popolo dai vincoli dello sguardo borghese,
dalle costrizioni di un occhio che non ha il
diritto (così gli viene detto) di allargare la
visuale. Da vedere con gli occhi aperti
spalancati, perché l’unica oscenità sarebbe
chiuderli. (di Raffaele Meale da
Quinlan.it) |