MARTEDI 24 NOVEMBRE ore 21,00
MERCOLEDI 25 NOVEMBRE ore 21,00
"PREMIO del PUBBLICO"
al Festival di Roma 2026
Un film di KASIA SMUTNIAK
Con: KASIA SMUTNIAK
PIETRO TARICONE - SOPHIE TARICONE
Docu/Film - Italia -
105 minuti
Un racconto
commovente e senza filtri,
in cui il ricordo non si ferma alla perdita,
ma si lascia andare al flusso della vita
TRAMA :
A
vent'anni, Sophie Taricone
decide di raccontare una storia iniziata
molto prima della sua nascita. Attraverso i
filmati girati nel 2003 dai suoi genitori,
Kasia Smutniak e
Pietro Taricone, ricostruisce il
loro primo viaggio nel Mustang, regione
remota del Nepal tra l'Himalaya e il Tibet.
Partiti con uno zaino e una piccola
telecamera, i due scoprono un luogo sospeso
nel tempo, dove nasce una promessa: tornare
un giorno per contribuire a preservarne la
cultura. La morte improvvisa di Pietro
impedirà loro di mantenere quell’impegno.
Anni dopo, Kasia torna in Mustang con la
figlia Sophie. L'incontro con
Kunzom rende finalmente
possibile realizzare la promessa di un
tempo: la costruzione di una scuola che
permette ai bambini della regione di
continuare gli studi senza lasciare le
proprie famiglie, contribuendo così alla
tutela della lingua e della cultura locali.
Attraverso lo sguardo e la voce di Sophie,
il documentario intreccia oltre vent'anni di
ricordi, immagini e ritorni, fondendo
memoria privata e storia collettiva. Un
racconto sull'eredità affettiva e sul
delicato equilibrio tra la modernità e
un'antica civiltà himalayana, in quel ciclo
incessante di trasformazione che in Mustang
prende il nome di Samsara.
RECENSIONE : MUSTANG è
un viaggio nella regione himalayana del
Nepal da cui, per
Kasia
Smutniak e Pietro Taricone,
tutto è cominciato. È una terra remota,
incastonata tra le
montagne dell'Himalaya: un
antico regno buddhista dove villaggi
arroccati a migliaia di metri di altitudine
sembrano ancora sospesi fuori dal tempo. Ed
è proprio lì che, nel 2003, arrivano due
ragazzi, spericolati e pieni di vita, con la
voglia di spingersi lontano e scoprire un
mondo che non conoscono.
Basta la prima inquadratura della seconda
prova di Smutniak dietro la macchina da
presa per capire che quel viaggio non sarà
soltanto un ritorno in un luogo del passato.
Le immagini maestosamente magnetiche di
quella terra trasmettono subito la
sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di
importante. È da quelle montagne, da quell'incontro
con una cultura tanto lontana dalla loro,
che nasce una promessa:
tornare un giorno per contribuire a
preservare ciò che hanno scoperto.
Quella promessa, però, nel tempo assume un
significato diverso. Pietro Taricone non
potrà mantenere la sua parte:
nel
2010 muore tragicamente,
quando la loro figlia
Sophie è ancora piccola.
Kasia, invece, torna in Mustang. Ci torna
poco dopo la tragedia, insieme alla figlia
di appena sei anni, e poi ancora, da sola,
fino a trasformare quel legame nato durante
un viaggio zaino in spalla in un impegno
concreto. Nel remoto villaggio di
Ghaminasce così la
Ghami
Solar School, una scuola
sostenuta dalla
Pietro Taricone ETS,
l'associazione fondata da Smutniak insieme
ad alcuni amici alla fine del 2011 per
mantenere viva la memoria di Taricone.
Il progetto prende forma anche grazie
all'incontro con
Kunzom, tenace donna del
luogo, e la scuola apre ufficialmente nel
giugno 2016. Kasia continua a visitarla
regolarmente, ed è proprio dentro questo
rapporto tra un luogo, una promessa e una perditache nasce il documentario. Mustang
non racconta soltanto il viaggio che Kasia e
Pietro fecero nel 2003: svela ciò che di
quel viaggio è rimasto, e come un luogo
incontrato quasi per caso possa finire per
diventare parte di una vita intera.
Il viaggio, però, cambia progressivamente
significato. Quello del 2003 è fatto di
entusiasmo e incoscienza: è la fuga di due
innamorati che vogliono perdersi in un luogo
lontanissimo. Dopo la morte di Pietro,
quella stessa terra assume un'altra
funzione. Nel 2010
Kasia
torna in Mustang con Sophie
anche per allontanarsi, almeno per un
momento, dal clamore mediatico che ha
accompagnato la tragedia. Lì nessuno sa chi
siano: possono tornare semplicemente a
essere due persone, senza il peso di un
cognome, di una storia e di un dolore
diventati improvvisamente pubblici.
Ma quella fuga non rimane tale. Con il tempo
si trasforma nella possibilità di
continuare qualcosa che Pietro aveva
immaginato di fare. È così
che il viaggio smette di essere soltanto un
modo per allontanarsi e diventa una forma di
appartenenza. E c'è un momento che chiude il
cerchio in modo perfetto: Sophie parte per
la prima volta da sola proprio dopo aver
ritrovato casualmente
la vecchia telecamera del padre,
che incredibilmente funziona ancora. Pietro
aveva l'abitudine di filmare tutto, quasi a
voler trattenere ogni frammento di vita. La
telecamera diventa così qualcosa di più di
un oggetto del passato: è il modo attraverso
cui lo sguardo di un padre torna a viaggiare
con la figlia.
Anche il modo di viaggiare
raccontato da Mustang diventa parte del
senso del film. In un'epoca in cui i social
hanno trasformato il viaggio in una bulimica
successione di immagini da trasformare in
contenuto, il documentario restituisce il
piacere di respirare un luogo e lasciarsi
cambiare da esso. C'è un rapporto più lento
con il territorio, che smette di essere una
destinazione e diventa parte della propria
storia.
Mustang è carico di
emozione, senza mai cercare deliberatamente
la commozione. La presenza di Pietro
Taricone attraversa il documentario e regala
alcune sequenze che riescono davvero a
spezzare il cuore, ma il film trova una
forte intensità anche nel rapporto con la
spiritualità di questa
terra. Kasia non la osserva semplicemente
dall'esterno, ma impara a leggerla
attraverso gli anni e attraverso i ritorni.
Un esempio toccante sono le
montagne di pietre che punteggiano gli
altopiani. Per chi vive lì,
ognuna rappresenta una preghiera. Ma, come
racconta Sophie, per Kasia quelle stesse
pietre hanno finito progressivamente per
assumere anche un altro significato: sono
diventate
il segno del tempo che passa.
Una sorta di calendario naturale,
capace di misurare non soltanto gli anni
trascorsi, ma tutto ciò che nel frattempo è
successo.
Quei sassi, però, non parlano soltanto del
tempo trascorso: raccontano anche
come
cambia lo sguardo di chi torna.
Mustang è completamente privo della retorica
della “povera gente che vive con niente ma è
felice”, perché Kasia non idealizza affatto
le condizioni di vita che incontra. Anzi, si
sofferma anche sui disagi dell'immersione
totale in una cultura e in un ambiente così
lontani dai nostri. C'è il
malessere dell'altitudine, il lavarsi i
denti con l'acqua delle bottigliette, la
doccia improvvisata (calda solo quando va
bene), il generatore da portarsi dietro.
Tuttavia, il problema di vivere in un luogo
così isolato non è soltanto pratico:
significa avere meno possibilità, meno
servizi e soprattutto
meno accesso a ciò che noi diamo per
scontato.
È qui che il viaggio di Kasia si collega
naturalmente alla scuola di Ghami. La
Ghami
Solar School nasce per
offrire ai bambini della zona un'istruzione
in inglese, nepalese e tibetano, garantendo
loro pari opportunità e il diritto allo
studio. L'obiettivo non è soltanto
insegnare, ma anche contribuire a preservare
la millenaria identità tibetana del luogo e
creare le condizioni perché i giovani non
siano costretti ad abbandonare il Mustang.
Ma anche qui la regista evita di trasformare
un progetto necessario in una storia
edificante. A raccontarne le difficoltà è
soprattutto Kunzom, presenza
forte e autentica, ma anche profondamente
segnata dalla fatica.
È lei stessa a conoscere sulla propria pelle
il prezzo dell'istruzione: per poter
studiare dovette lasciare il Mustang da
bambina e affrontare un viaggio estenuante
verso l'India, tra voli, mezzi di fortuna e
persino sette giorni di cammino. Difficile
immaginare una persona che possa sentire più
profondamente l'importanza di quella scuola,
eppure proprio Kunzom ammette quanto sia
fragile il progetto che contribuisce a
portare avanti. È stanca, il lavoro è enorme
e, soprattutto,
i
bambini sono sempre meno.
L'emigrazione sta svuotando progressivamente
queste comunità e rischia di rendere la
scuola stessa non più sostenibile: nel giro
di pochi anni potrebbe non esserci più un
numero sufficiente di studenti per tenerla
aperta.
La parte più malinconica è anche quella che
rende il documentario più bello e più
onesto. Kasia Smutniak non pretende di
cambiare il destino delle persone che ha
incontrato. Non trasforma il Mustang in un
luogo incontaminato dove la semplicità della
vita risolve ogni cosa e non racconta
nemmeno la scuola come una soluzione
miracolosa. Ci sono la passione per una
terra, la nostalgia di ciò che non può
tornare, il dolore per una perdita e,
insieme, la consapevolezza che
alcune cose non possono essere aggiustate.
Eppure si può fare qualcosa. Si può tornare,
rispettare una cultura e contribuire a
creare le condizioni perché qualcuno possa
coltivare le proprie aspirazioni. È ciò che
Kasia prova a fare con
i bambini di Ghami, così
come nei confronti della
memoria di Pietro: non può
cambiare il destino, ma può scegliere cosa
fare di ciò che quel destino le ha lasciato.
E allora le montagne del Mustang non sono
più soltanto il luogo in cui Kasia e Pietro
si sono avventurati insieme. Sono lo
scenario in cui quella storia continua, in
una scuola, nei bambini che la frequentano e
nei ritorni di una donna che ha trovato il
modo di restare legata a ciò che ha perduto.
(di Chiara Carnà - da ComingSoon)