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ANTEPRIMA NAZIONALE
SABATO 24 GENNAIO ore 17,00
INGRESSO GRATUITO

Un film di FRANCESCO PAOLO PALADINO
Musica di Francesco P.Paladino e Dorothy Moskowitz
Italia - 2015
- 45 minuti
LA STORIA
: Un operatore cosmico (Edward Ka-Spel) addetto alla
pulizia dell’Universo, nello svolgimento del suo turno
di lavoro, trova fortuitamente, disperso nei cieli di
Giove, le vestigia di un misterioso Monastero che aveva
ospitato una comunità di suore di clausura votate alla
solitudine cosmica. Visitando le antiche vestigia
completamente abbandonate ritrova il diario di Suona
Menfrem (Dorothy Moskowitz); in quelle pagine, nelle
parole scritte da Menfrem apprende sia i segreti
dell’anima di Menfrem (l’amore nei confronti di un’altra
donna distante milioni di anni luce) sia il perché il
Monastero era stato completamente abbandonato. La
missione delle religiose, una volta raggiunto i cieli di
Giove con i propellenti tradizionali, era quella di
sostituirli con l’energia delle preghiere. Menfrem
descrive il fallimento di quella missione,
l’impossibilità per le religiose di proseguire perché il
carburante (le preghiere) non erano pure, vere.
L’assenza di ogni forma umana nel monastero fa
ipotizzare un gesto estremo di tutte le religiose che
potrebbero essersi immolate fuoriuscendo nel cosmo per
trasformarsi in preghiere (energia pura). L’operatore
cosmico non ha elementi per sapere se quel “gesto
estremo” ha aperto loro o meno nuovi orizzonti cosmici e
morali. Ma ritorna sulla terra con il manoscritto di
Mendrem che gli ha permesso di avere una nuova visione
dell’universo da lui percorso quotidianamente.
NOTE dell'AUTORE
: Il dialogo tra Tarkovskij e Monastir si
gioca interamente sul terreno della soglia. Nei film del
regista russo la soglia è ovunque: tra interno ed
esterno, tra infanzia e maturità, tra vita e memoria,
tra fede e disperazione. Porte, finestre, pozzi,
corridoi, scale non sono mai semplici elementi
scenografici: sono dispositivi di passaggio, luoghi in
cui il tempo rallenta e l’immagine si carica di senso.
Monastir riprende questi dispositivi, ma li priva
della loro funzione narrativa. La soglia non conduce più
a un altrove riconoscibile; diventa essa stessa il luogo
dell’esperienza. Non c’è promessa di redenzione, non c’è
catarsi, non c’è ritorno. Il gesto rituale — leggere,
suonare, pregare, respirare — non apre a una soluzione,
ma insiste nella durata.
Una differenza fondamentale emerge proprio qui. In
Tarkovskij il dolore è spesso legato alla memoria
personale: l’infanzia perduta, la colpa, l’amore
impossibile, la nostalgia della patria. In Monastir
il dolore si fa impersonale, quasi cosmico. I corpi non
raccontano una biografia, ma incarnano una funzione:
essere veicolo di un rito che sopravvive all’individuo.
Anche la tecnologia, centrale in Solaris, subisce
una trasformazione radicale. Nei film di Tarkovskij la
macchina è ancora attiva, anche quando fallisce; è uno
strumento che interroga l’uomo e ne mette in crisi le
certezze. In Monastir la tecnologia è già rovina,
reliquia muta. I pannelli, i corridoi, le strutture non
governano più nulla: restano come tracce di un sapere
che ha esaurito la propria pretesa di controllo.
La natura, infine, completa questo spostamento. In
Stalker la Zona è viva, ambigua, pericolosa: un
organismo che reagisce alla presenza umana. In
Monastir la natura si dissolve in luce, pulviscolo,
vibrazione. Non mette più alla prova: ascolta. È
diventata un campo di risonanza, non un territorio da
attraversare.
In questo senso Monastir non è un film “su”
Tarkovskij, ma un film dopo Tarkovskij. Assume
fino in fondo una domanda che il cinema del regista
russo aveva lasciato aperta: cosa resta del sacro quando
la narrazione si spegne? La risposta non è una tesi, ma
una postura. Restano i gesti minimi, il tempo dilatato,
il corpo come superficie di passaggio. Resta un cinema
che non vuole convincere, ma durare.
Se Tarkovskij ha mostrato che il cinema può essere una
forma di preghiera, Monastir mostra che quella
preghiera può continuare anche quando non c’è più un Dio
a cui rivolgersi. E forse è proprio in questo silenzio,
più che in ogni parola, che il dialogo tra le due opere
trova il suo punto più alto.
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