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Sirat è un film
enorme e multiforme, che cambia continuamente
pelle nelle sue due ore di visione, passando da
atmosfere più leggere e concilianti a quella
seconda metà dove la tensione vive su un
crescendo drammatico letteralmente esplosivo. Il
tentativo di scioccare lo spettatore con
soluzioni ardite ed estreme è ampiamente
riuscito, non limitandosi a una semplice
provocazione ma delineando nel migliore dei modi
un climax ansiogeno che accende la miccia per
lasciarla bruciare fino ai titoli di coda, non
lasciando un attimo di tregua anche nei passaggi
apparentemente più meditabondi e visionari. La
precisione con cui il regista Oliver Laxe
controlla questa escalation emotiva è da
ammirare con stupore reverenziale, capace di
"legare" le mani di chi guarda alla poltrona: la
lunga sequenza pre-finale è un qualcosa di forse
mai visto prima, che spinge a coprirsi più volte
gli occhi per il timore di quanto potrebbe
accadere. E senza violenza fisica, ma solo con
una bomba a orologeria psicologica che trasuda
grande cinema. (Maurizio Encari -
EverYeye)
Nella religione islamica Al-Sirāt indica il
ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve
attraversare dopo la morte, nel Giorno del
Giudizio – larga per i meritevoli e strettissima
per i peccatori – e che lo condurrà alla vita
eterna o alla dannazione. Non è un caso, quindi,
che il regista Oliver Laxe, di origini galiziane,
cresciuto in Francia per poi convertirsi
all’Islam e stabilirsi in Marocco, abbia scelto
quest’immagine per costruire la cornice del suo
nuovo film, Sirāt appunto, prodotto da
Almodóvar e presentato in concorso a questa 78°
edizione del Festival di Cannes – che già lo
aveva omaggiato per i suoi precedenti Todos
vós sodes capitáns, Mimosas e O que
arde.
Il regista sceglie come protagonista Sergi
López nel ruolo di Luis, un padre alla ricerca
della figlia scomparsa durante un rave in
Marocco. Accompagnato dal figlio minore Esteban,
decide di aggregarsi a un gruppo di raver
(attori non professionisti realmente
appartenenti alla comunità) tra le curve a
strapiombo delle pendici dell’Atlante e le
distese rocciose del deserto di Agafay, in
quello che, per buona parte del film, sembra un
road movie dai contorni metafisici, destinato
però a un’escalation drammatica. Fino alle
improvvise, e letterali, esplosioni finali. Al
ritmo delle vibrazioni del sound system sotto al
quale i raver si riuniscono per ballare musica
techno, che fa da sonorizzatore agli apici
tragici di tutta la seconda metà del film, Luis
e i suoi compagni di viaggio vengono investiti
da tempeste di sabbia che sembrano essere
generate dalla potenza (mistica?) delle onde
sonore, che “spazzano via” i colpevoli – forse
proprio della scomparsa della figlia di Luis.
La fotografia di Mauro Herce e la pellicola in
16 mm rendono i paesaggi marocchini corporei: si
percepisce la sabbia, la polvere, il sudore,
l’aria soffocante del deserto, l’arsura e il
disorientamento. Il film si trasforma in un
miraggio febbrile, sotto l’effetto dell’LSD. E
allora può essere che le esplosioni non siano
reali, ma allucinazioni, la morte sia solo
spirituale, simbolica. Forse annuncia la fine
del mondo. Sicuramente l’esaurirsi lento della
cultura dei rave. Viene in mente Alejandro
Jodorowsky e la sua psicomagia: la passeggiata
del padre nel campo minato è un atto di
espiazione psicomagico.
Laxe gioca con la sincreticità dei suoi
riferimenti, dal cinema mainstream che passa da
Mad Max e Monolith, alla
filosofia sufista, dalla riflessione politica
fino alla ricerca sonora. Ne deriva un film
pulsante che nasconde però un’anima mortifera e
spietata, che celebra la ritualità tribale
connessa all’ambiente circostante e agli stati
di trance collettiva, ma capace di cambiare
faccia nel giro di un’inquadratura e
trasformarsi in un percorso di redenzione di
gruppo, di viaggio sacrificale. E allora, anche
le redini della narrazione si sciolgono sotto le
ondate di sabbia al ritmo dei bassi. L’unica
cosa che resta in piedi dopo la devastazione
sono le casse, che si ergono come monoliti in
mezzo al deserto, unico segno del passaggio
degli uomini sulla terra, al cui interno
conservano e riproducono il mistero del mondo.
(Chiara Zuccari - SentieriSelvaggi) |