MERCOLEDI 28 GENNAIO  ore 21,00

Un film di REBECCA ZLOTOWSKI

Con Jodie Foster, Daniel Auteuil e Virginie Efira

Francia - PsicoThriller/Commedia - 103'




 

Un giallo psicologico che combina in modo intelligente intrattenimento e ossessioni personali

Thriller psicologico dai toni caustici e sempre leggeri Vie Privée è nel cuore una commedia psicanalitica, un viaggio interiore, una sorta di anti-terapia (in)consapevole con una fantastica Jodie Foster

 

TRAMA : Lilian Steiner è una psicanalista di origini americane, perfettamente integrata nell’ambiente della borghesia parigina, separata dal marito Gabriel e in difficoltà anche con il figlio Julien, appena diventato papà a sua volta. Rigida, nervosa, chiaramente bloccata, non ascolta più veramente i suoi pazienti. Se ne accorge il giorno in cui muore una di loro, Paula, e lei comincia a lacrimare copiosamente, incapace di tenere a bada un sintomo che non sa spiegare e che nemmeno l’ex marito oculista è in grado di curare. La scettica dottoressa finisce così da un’ipnotista, che la guida dentro una storia segreta, che la riguarda e la lega alla donna scomparsa. Convintasi che Paula sia stata assassinata, con l’aiuto di Gabriel, Lilian si mette a investigare.

RECENSIONE : Nome di spicco del cinema francese del presente, Rebecca Zlotowski si è fatta strada proponendo un lavoro intelligente e sensibile, ma anche accessibile; un cinema personale, ma non forzatamente di nicchia.
Vie privée
porta questa combinazione a un livello più scoperto rispetto al precedente I figli degli altri, complice la presenza di Jodie Foster, al suo primo film di lingua (e cultura) francese. Si comincia in chiave quasi pop, col più famoso brano bilingue dei Talking Heads, Psycho Killer, ed è subito chiaro che quello che stiamo per penetrare sarà a suo modo un gioco mentale, hitchcockiano, autoriflessivo e che la regola del gioco è che non ci si deve prendere (solo) sul serio.
Come in un whodunit inglese, una protagonista ipersensibile deve risolvere un mistero che la chiama direttamente in causa; come in un film di Woody Allen il mistero e la commedia non solo non si escludono ma si nutrono l'uno dell'altro (e la coppia Foster-Auteuil ricorda da vicino la coppia Allen-Keaton di Misterioso omicidio a Manhattan); come in una commedia del rimatrimonio lui e lei competono e poi fanno squadra sullo stesso fronte (lei cura le anime, lui i loro specchi). Chi ha ucciso la paziente di Lilian? È stata la figlia, resa folle dalla gravidanza? Il marito, che sembra avere un'arma al posto dello sguardo? O è stata Lilian stessa, sbagliando qualcosa?
Ma dietro il gioco del cinema c'è anche la vita privata (il titolo originale del film non è solo un omaggio a Louis Malle), in particolare quella della regista stessa, ebrea parigina che suonava il violoncello e ha perso la mamma da ragazzina, trasformando il suo cinema a venire in un dialogo con i fantasmi. È proprio Paula (nei panni della quale ritorna Virginie Efira) che parla, infatti, la sua analista dall'altra sponda, attraverso un messaggio in codice lasciato su una prescrizione, e la spinge a ridare senso a un mestiere a cui Lilian non crede più (messa in crisi anche dalle false accuse del primo paziente).
Giallo psicologico, morbido come il vino rosso che i personaggi bevono con piacere, il film può sembrare ambire a contenere troppe anime al suo interno, ma è proprio in questa non facile compresenza di accenti diversi, e nel modo in cui maneggia l'obiettivo personale e quello d'intrattenimento, che sta il suo maggiore interesse.
La psicanalisi, lungi dall'essere un pretesto, è oggetto di scherzo ma non di negazione, così come sono oggetto di scherzo le abitudini dei francesi (partire in vacanza!) per la razionalità anglosassone e efficientista di Lilian/Foster: perché è delle cose che si amano che si può scherzare con affetto, ed è con saggia leggerezza che si può parlare di ciò che più fa male.  (MyMovies)


           


 

MERCOLEDI 4 FEBBRAIO  ore 21,00

Un film di OLIVER LAXE

Drammatico - Spagna - 120′

Gran premio della Giuria al Festival di Cannes

Candidato a 5 Premi Oscar




 

Una tensione da fine del mondo
in un film monumentale

 

Sirat è un film enorme e multiforme, che cambia continuamente pelle nelle sue due ore di visione, passando da atmosfere più leggere e concilianti a quella seconda metà dove la tensione vive su un crescendo drammatico letteralmente esplosivo. Il tentativo di scioccare lo spettatore con soluzioni ardite ed estreme è ampiamente riuscito, non limitandosi a una semplice provocazione ma delineando nel migliore dei modi un climax ansiogeno che accende la miccia per lasciarla bruciare fino ai titoli di coda, non lasciando un attimo di tregua anche nei passaggi apparentemente più meditabondi e visionari. La precisione con cui il regista Oliver Laxe controlla questa escalation emotiva è da ammirare con stupore reverenziale, capace di "legare" le mani di chi guarda alla poltrona: la lunga sequenza pre-finale è un qualcosa di forse mai visto prima, che spinge a coprirsi più volte gli occhi per il timore di quanto potrebbe accadere. E senza violenza fisica, ma solo con una bomba a orologeria psicologica che trasuda grande cinema.  (Maurizio Encari - EverYeye)

Nella religione islamica Al-Sirāt indica il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, nel Giorno del Giudizio – larga per i meritevoli e strettissima per i peccatori – e che lo condurrà alla vita eterna o alla dannazione. Non è un caso, quindi, che il regista Oliver Laxe, di origini galiziane, cresciuto in Francia per poi convertirsi all’Islam e stabilirsi in Marocco, abbia scelto quest’immagine per costruire la cornice del suo nuovo film, Sirāt appunto, prodotto da Almodóvar e presentato in concorso a questa 78° edizione del Festival di Cannes – che già lo aveva omaggiato per i suoi precedenti Todos vós sodes capitáns, Mimosas  e O que arde.
Il regista sceglie come protagonista Sergi López nel ruolo di Luis, un padre alla ricerca della figlia scomparsa durante un rave in Marocco. Accompagnato dal figlio minore Esteban, decide di aggregarsi a un gruppo di raver (attori non professionisti realmente appartenenti alla comunità) tra le curve a strapiombo delle pendici dell’Atlante e le distese rocciose del deserto di Agafay, in quello che, per buona parte del film, sembra un road movie dai contorni metafisici, destinato però a un’escalation drammatica. Fino alle improvvise, e letterali, esplosioni finali. Al ritmo delle vibrazioni del sound system sotto al quale i raver si riuniscono per ballare musica techno, che fa da sonorizzatore agli apici tragici di tutta la seconda metà del film, Luis e i suoi compagni di viaggio vengono investiti da tempeste di sabbia che sembrano essere generate dalla potenza (mistica?) delle onde sonore, che “spazzano via” i colpevoli – forse proprio della scomparsa della figlia di Luis.
La fotografia di Mauro Herce e la pellicola in 16 mm rendono i paesaggi marocchini corporei: si percepisce la sabbia, la polvere, il sudore, l’aria soffocante del deserto, l’arsura e il disorientamento. Il film si trasforma in un miraggio febbrile, sotto l’effetto dell’LSD. E allora può essere che le esplosioni non siano reali, ma allucinazioni, la morte sia solo spirituale, simbolica. Forse annuncia la fine del mondo. Sicuramente l’esaurirsi lento della cultura dei rave. Viene in mente Alejandro Jodorowsky e la sua psicomagia: la passeggiata del padre nel campo minato è un atto di espiazione psicomagico.
Laxe gioca con la sincreticità dei suoi riferimenti, dal cinema mainstream che passa da Mad MaxMonolith, alla filosofia sufista, dalla riflessione politica fino alla ricerca sonora. Ne deriva un film pulsante che nasconde però un’anima mortifera e spietata, che celebra la ritualità tribale connessa all’ambiente circostante e agli stati di trance collettiva, ma capace di cambiare faccia nel giro di un’inquadratura e trasformarsi in un percorso di redenzione di gruppo, di viaggio sacrificale. E allora, anche le redini della narrazione si sciolgono sotto le ondate di sabbia al ritmo dei bassi. L’unica cosa che resta in piedi dopo la devastazione sono le casse, che si ergono come monoliti in mezzo al deserto, unico segno del passaggio degli uomini sulla terra, al cui interno conservano e riproducono il mistero del mondo.  (Chiara Zuccari - SentieriSelvaggi)


           

 

MERCOLEDI 11 FEBBRAIO  ore 21,00

Un film di JAMES VANDERBILT

Con RAMI MALEK e RUSSEL CROWE


Usa - Drammatico/StoricoThriller - 148'




 

Un avvincente dramma Storico
che tratta tematiche
(purtroppo) molto attuali

 

TRAMA : Norimberga è un avvincente dramma storico ambientato nella Germania del 1945, subito dopo la resa del Terzo Reich.
Racconta i processi di Norimberga, durante i quali le potenze Alleate misero sotto accusa i massimi vertici del regime nazista, chiamandoli a rispondere delle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare dell’Olocausto. Al centro della vicenda c’è il giovane psichiatra dell’esercito americano,
Douglas Kelley (Rami Malek), incaricato di valutare lo stato mentale dei principali imputati per stabilire se siano in grado di affrontare un regolare processo. Il suo compito lo porta a confrontarsi con i più spietati personaggi del secolo, tra cui spicca Hermann Göring (Russell Crowe), figura chiave del regime hitleriano.
Ciò che inizia come un esame clinico si trasforma rapidamente in un intenso e disturbante confronto psicologico tra due uomini agli antipodi. Da un lato il razionale e determinato Kelley, dall’altro il carismatico, lucido e manipolatore Göring. Il loro dialogo, fatto di interrogatori serrati e silenzi carichi di tensione, evolve in un vero e proprio duello che mette in discussione i confini della giustizia, della follia e della responsabilità morale. A condurre l’accusa nel processo c’è l’inflessibile procuratore capo
Robert H. Jackson (Michael Shannon), deciso a fare in modo che i crimini del nazismo vengano puniti in modo equo e definitivo, dando al mondo un precedente giuridico.
Assistiamo alla messa in scena della lotta tra il dovere e la coscienza, tra il senso di giustizia e il bisogno di capire come sia potuto accadere l’indicibile.


RECENSIONE :
Come facilmente intuibile dal titolo, si parla del celeberrimo processo di Norimberga, che condannò i principali esponenti del Terzo Reich ancora vivi per crimini di guerra e pose le basi per l’attuale concezione del diritto internazionale.
La ricostruzione filmica (basata sul romanzo del 2013 Il nazista e lo psichiatra) pone al centro la figura dello psichiatra capo Douglas Kelley (Rami Malek), incaricato di valutare se gli imputati potessero sostenere mentalmente il processo, e il suo rapporto con Hermann Göring (Russell Crowe), secondo in comando del Reich e più papabile successore di Hitler.
Con queste basi il film, oltre a essere l’ennesima (per quanto sempre necessaria) denuncia ai crimini dei nazisti, pone le basi per delle riflessioni più ampie. In particolare sul potere della comunicazione e della persuasione: cosa ha portato le persone a unirsi a un regime così crudele e oppressivo? Come può un uomo di tutti i giorni (per quanto abile psichiatra) confrontarsi con menti tanto malvagie quanto abili e intelligenti? Oltre alla comunicazione verbale, si affronta anche l’uso delle immagini, con i veri filmati dei campi liberati dagli alleati a fine guerra.
Ma il processo non è solo ai criminali nazisti ma, sotto alcuni aspetti, anche a noi stessi, poiché invita lo spettatore a chiedersi se ciò che è successo sia stato davvero un caso isolato o se le basi perché ciò si ripresenti non siano insite nell’animo umano ancora oggi.
Poiché deve affrontare molti argomenti — incluse le perplessità sull’istituire un processo mai visto prima — il film si prende i suoi tempi e dura due ore e mezza.
La messinscena è indubbiamente curata a livello di scenografie e costumi, mentre la regia non offre nulla di mai visto, ma riesce ad alternare bene momenti più tesi ad altri più emotivi. È palese come l’attenzione si sia concentrata principalmente nelle performance degli attori, tutti perfettamente in parte. Fa particolarmente piacere vedere un attore capace come
Russel Crowe tornare a sfoggiare la sue doti recitative (ultimamente sepolte da progetti di scarsissima qualità), mentre Rami Malek regala una performance molto più intensa rispetto a quella ampiamente sopravvalutata (almeno a parere di chi scrive) in Bohemian Rhapsody.
Sicuramente un film non rivoluzionario, ma ben calato nel contesto socioculturale attuale, in cui le tematiche proposte sono (tristemente) più attuali che mai.   (AlessandroTravaini - MadMass)
 


           

 

MERCOLEDI 18 FEBBRAIO  ore 21,00

Un film di MEHDI IDIR

Con Tahar Rahim

Francia - Biografico - 133'




 

Un omaggio rispettoso e sentito a un artista che ha fatto della vita la sostanza stessa della sua arte.

 

La straordinaria parabola umana e artistica di Charles Aznavour, dalla giovinezza di migrante armeno a Parigi, segnata da ristrettezze economiche, fino alla consacrazione internazionale come uno dei più grandi chansonnier del Novecento. Tra amori, incontri decisivi e sacrifici personali, il film segue l'ascesa di un uomo convinto del proprio talento e disposto a tutto pur di essere ascoltato, raccontando il prezzo - spesso altissimo - del successo.

Raccontare Charles Aznavour significa misurarsi con una figura che ha attraversato il secolo breve senza mai perdere la propria identità, plasmando la sua vita in materia artistica e infondendo di realismo le proprie canzoni.
Monsieur Aznavour, diretto da Mehdi Idir, sceglie di affrontare questo percorso mettendo al centro non tanto il mito quanto la determinazione incrollabile dell'uomo: la fiducia assoluta nelle proprie possibilità, la convinzione - mai vacillante - di meritare un pubblico. È questa ostinazione, più ancora del talento, a diventare il vero motore narrativo del film.
Idir costruisce il racconto come una successione di prove, incontri e passaggi di testimone. Dal padre Aznavour eredita l'amore per la vita anche nelle ristrettezze materiali, una gioia resistente che non si spegne nemmeno nelle difficoltà più acute; da Édith Piaf, invece, apprende la fiducia feroce nel proprio talento, la necessità di difenderlo contro ogni avversità, anche quando il mondo sembra voltargli le spalle. Il film insiste su questi snodi formativi, disegnando un Aznavour che non smette mai di essere se stesso, né come uomo né come artista, e che sull'impossibilità di scindere l'esistenza dall'opera d'arte fonda la sua grandezza.
La scelta di Tahar Rahim nel ruolo del protagonista appare inizialmente spiazzante. La somiglianza fisica è limitata, l'origine etnica differente, e nemmeno il ricorso a un make-up marcato aiuta del tutto a colmare la distanza iconografica. Eppure, proprio qui Monsieur Aznavour trova una delle sue intuizioni più riuscite: Rahim non imita Aznavour, ma ne incarna lo spirito. L'abnegazione con cui l'attore si è preparato al ruolo - imparando a cantare e ballare - riflette perfettamente quel "volli, fortissimamente volli" che ha reso Aznavour un gigante della musica francese e internazionale. È un'interpretazione di fatica e volontà, più che di mimetismo.
Il film non elude alcuni aspetti oggi particolarmente sensibili, come la scelta controcorrente di Aznavour di scrivere un brano - "Comme ils disent" - sulla vita di un omosessuale e sulla discriminazione subita da quest'ultimo, gesto letto come segno di apertura e coraggio artistico. Tuttavia, Monsieur Aznavour rimane consapevolmente ancorato a una struttura di biopic classico, attento ai dettagli biografici e ai momenti-chiave più che al mistero dell'ispirazione. Ed è forse qui che emerge la fragilità inevitabile del genere: tradurre in immagini la nascita di una canzone, il tocco della musa, resta più complesso che raccontare il dato biografico nudo e crudo.
La parabola del successo culmina nell'apice - un cachet pari a quello di Sinatra, il riconoscimento mondiale - ma il film non dimentica il prezzo pagato per arrivarci. La morte del figlio Patrick, comunicata a Charles dalla sorella, irrompe come una ferita insanabile, ricordando quanto i sacrifici compiuti in nome dell'affermazione personale possano diventare devastanti. È in questi momenti che Monsieur Aznavour si interroga, senza risposte definitive, su cosa significhi davvero sentirsi compiuti e su quando un essere umano possa dirsi appagato.
Pur senza scardinare i limiti del biopic tradizionale, il film di Mehdi Idir restituisce con onestà e partecipazione il ritratto di un uomo che ha scelto di vivere fino in fondo la propria vocazione, pagando ogni passo del cammino. Un omaggio rispettoso e sentito a un artista che ha fatto della vita - tutta, senza sconti - la sostanza stessa della sua arte.  (Emanuele Sacchi - MyMovies)